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Immutabile e mutevole
Il modo di vivere il territorio dal dopoguerra ad oggi

Via delle Murella era – è – l’asse attorno al quale ruota l’universo della Tartuca. Il fulcro è il nucleo costituito dall’Oratorio, dal Museo, dagli alloggi acquisiti, da secoli, con tanta fatica. Fenomeno stracittadino per eccellenza, la Contrada – ogni Contrada – obbedisce ad una logica che esalta un irripetibile incrocio di strade e di case, saldate insieme da un luogo di culto: era il principale momento di socializzazione. Simili a Compagnie laicali, ma con loro Statuti peculiari, le Contrade prendevano corpo come assemblea nelle riunioni che si svolgevano in Chiesa, restituendo alle parole il loro significato più antico. Chiesa vuol dire Assemblea, e il Popolo, questa categoria astratta che non si sa spesso a cosa corrisponda, diventava, sotto le volte del piccolo Oratorio, fisicamente concreto. I giovani sbirciavano le ragazze. Gli anziani s’incontravano a Messa. I riti cristiani cadenzavano la grama esistenza e gli ardimentosi progetti. Si ritenga un gruppo primario, formato da un confidenziale rapporto di vicinanza o una famiglia in grande, composta di più famiglie, la Contrada ebbe nell’Oratorio il suo baricentro ideale, almeno da quando – caduta la Repubblica – nella pratica religiosa si espresse anche un intrepido sentimento di fedeltà civica, al di là dei rovesci degli eserciti e della politica. A Siena la religione è stata anche religio, legame comunitario che unisce con vincoli durevoli e penetranti: forse più che altrove. Ecco perché – quali che siano le credenze di ognuno – nelle ricorrenze stabilite, con la Festa del Santo patrono, con la cerimonia dell’Addio e nelle solenni date della liturgia, nel tumultuoso affaccendarsi del Palio, la Contrada ritrovava – ritrova – i “fondamenti invisibili” della propria miracolosa tenuta. “Ricordati che il centro della Contrada – ascolto ancora l’ammonimento di Silvio Gigli, indirizzato a me giovane Cancelliere – è la sua Chiesa: senza questa Chiesa semplicemente non esisterebbe”. Lì per lì rimasi imbarazzato. Silvio mi sembrò indossare vesti prelatizie o esaltare una visione clericale allora piuttosto invadente. Non era così. Nella schiettezza di una massima detta alla buona si poteva cogliere un’interpretazione tutt’altro che banale dell’effettiva consistenza dello strano organismo che definiamo Contrada. E siccome la città grazie ai rapporti e alle gerarchie che stabilisce tra luogo e luogo rispecchia costumi e ideologie, potere delle classi e abitudini quotidiane, ecco che nella disposizione degli edifici, nella situazione degli snodi, nel dilatarsi delle prospettive si condensano i significati che danno forza e fascino alla città: alla città nostra, in apparenza divisa in ambiti rassicuranti e protettivi, in realtà ricca di un’unità alimentata da differenze e ostilità che obbligano al confronto, stabilendo un reticolo invisibile di relazioni. Attorno al Palio “gravitano – scrisse Italo Calvino, che di città se ne intendeva, vere o immaginarie – la struttura stessa della città, le passioni e pure l’identità delle persone”.tartuca
tartucaSi giocava in via Pendola – e il nome si attagliava al dolce pendio che la fa assomigliare a una fiume che stia per concludere il suo corso: non viene in mente subito l’ombra di padre Tommaso –, ci si trovava nella Società che echeggiava cordiali conversari. Era una strada che ospitava officine e negozi: aveva voci e profumi. Un’officina meccanica, un falegname, un calzolaio, botteghe di alimentari per la spesa d’ogni giorno: un mondo di figure riconoscibili, di indirizzi frequentati. Prima di correre a scuola si comprava qualcosa – magari un pacchetto di biscotti – nel negozietto davanti alla Chiesa. La nonna andava ogni mattina a fare la spesa all’angolo dov’è incastonata la fontanina. Per la carne bisognava affrontare una perigliosa traversata e spingersi all’inizio del Casato, oltre i confini.
Quel piccolo mondo conteneva tutto. Una casa più grande della tua casa era, ma uno spazio  egualmente domestico. E quando era festa la percorreva, su e giù, accolta da grida di entusiasmo e di ingenua allegria, una fragorosa banda. Si accendevano i braccialetti: La notte s’illuminava della nostra contentezza. Attorno non regnava il buio, ma una penombra di tanto in tanto appena rischiarata. Via delle Murella alla sua centralità ci teneva, eccome, e non cedeva un millimetro del decoro acquisito con i decenni. Castelvecchio e via de’ Maestri, le Cerchia e Sant’Agostino e via Mattioli giù fino ai Tufi, fino alla collina di San Matteo, si riferivano alla sede, amministrativa e religiosa, della Tartuca come ad una capitale. Era il cuore da cui il sangue per tutto fluiva. Se occorreva localizzare l’entità Contrada era a quel grumo fisico di abitazioni e gesti, che dovevate – dovete? – pensare. Se no, la Contrada – che non è un concetto ma un pezzo di città – non esisteva. La Festa per la Vittoria non avrebbe potuto svolgersi altrove: sarebbe stata una Commedia priva della sua ribalta. Il Teatro dei nostri sogni e della nostra effimera fierezza non ammetteva varianti o tradimenti. Sant’Agostino era il Prato degli svaghi, Castelvecchio  se ne stava alto e appartato. Via Sarrocchi un po’ in ombra. Il Vicolo della pioggia, ora della Tartuca, era il più riposto, il più riservato. Quando, raramente, l’automobile di qualche turista troppo curioso ci s’infilava eran dolori per farla tornare indietro: quando si spiegava che il vicolo non aveva uscita, ed era quindi giocoforza la retromarcia, non mancavano le imprecazioni. Poteva sembrare un insensato trabocchetto o un maledetto inganno: era invece solo uno dei misteri di una città cresciuta rifiutando una razionalità programmata.
Già dalla metà degli Anni Sessanta cominciò a manifestarsi una dinamica espansiva o, meglio, comprensiva. Le cene della prova generale vennero preparate sotto le volte del Loggiato del Fantastici: sembrava inventato apposta. Sant’Agostino prestò la sua ventosa altana per i festeggiamenti delle Vittorie. Idea folgorante e vanamente imitata fu quella di invadere il rione tutto intero anche nei recessi ai più sconosciuti con una festa che doveva riportare alla luce il territorio in ogni sua parte e render visibili – o immaginabili – usci e androni, bettole e tabernacoli, nobili pietre e usurati mattoni come furono per molti. Fu emozionante. La città che abitiamo non è meno quella della memoria che quella mutila e modernizzata dei nostri giorni. Non fu un cedimento alla nostalgia, ma la voglia di rammentare figure e affetti. “Ti ricordi quando qui ci si trovava per giocare a tappini?”. Le lastre della nostra infanzia furono istoriate di geroglifici in gesso che simulavano tortuosi itinerari proiettati verso la maglia rosa. E le vie e i vicoli aprivano volentieri qualche pertugio meno noto per offrire i desiderati nascondigli. Augusto suggerì un progetto che custodiva da tanto tempo e Adù fece da guida, svelando dove si trovava un famoso casino o da dove si accedeva ad una celebre mescita. Venne fatto di concludere che la Contrada – e la città – si era andata impoverendo, si era rinsecchita, mentre chi ne abitava stanze e anfratti era stato spesso  costretto a migrare altrove. Le automobili avevano occupato con la loro metallica arroganza ogni minimo slargo. Quella sera erano state espulse: parve un miraggio. Il rimpianto prese il sopravvento. Il divertimento fu venato di amarezza. 
Solo il Prato di Sant’Agostino – si convenne – aveva vinto la sfida. Malgrado qualche fastidioso acciacco continuava a esibire il suo verde, a vivere nelle stagioni: uno di quei rari inserti di natura che interrompono una città definita in ogni dettaglio, architettonica e scultorea, scolpita e levigata in ogni pietra. Accanto gli orti appartenuti ai frati del Convento: dai quali si godeva – e si gode – una vista senza pari, fino al profilo acquerellato dell’Amiata. Così, per gradi, da uno spazio gelosamente cittadino si è passati ad un territorio policentrico. La Tartuca è diventata più grande pur nei suoi immutabili confini. La Società di Castelsenio si è spostata in fronte del Prato di Sant’Agostino. Il Convento ha aperto le sue cucine a convivi e balli. Gli Orti si sono trasformati in giardino.
La Tartuca ha oggi tre fulcri. La sede storica ha visto concludersi il restauro degli appartamenti e, prima o poi, dovrà dotarsi di un Museo che non sia solo deposito di oggetti: un magnifico progetto – tratteggiato da Andrea Milani – è già pronto: un suo ridimensionamento è obbligato o una prudente realizzazione per stralci. La Società ha trovato una nuova sistemazione nel Palazzo Cesari Manganelli, che Riccardo Butini ha modulato con rigore e misura. Il Prato che si apre davanti non è più luogo di ricreazione sregolata: ne costituisce quasi una prosecuzione naturale, come la terrazza che dà sull’Orto Botanico. Se via Pendola è rimasta avvolta in una sua dignitosa solennità, ora Sant’ Agostino è diventato più disponibile per gli appuntamenti tartuchini. L’affabile ed elegante Palazzo, dove la Società ha trovato i ritmi di un nuovo respiro, àncora quella parte di territorio ad un uso più intenso e continuo. Per la bella stagione gli Orti consentono soste riposanti, invitando lo sguardo a scoprire un paesaggio che stupisce ogni volta. I merli di Porta Tufi affiorano come un limite e un simbolo di possesso.tartuca

La Tartuca, sulle soglie del millennio, inaugurato con la doppietta di stupende vittorie costruite con caparbia dedizione da capitan Carlo e dai suoi collaboratori, ha cambiato, senza che ce ne accorgessimo in pieno, lo spazio delle sue consuetudini: che si è fatto più complesso, più laico, più aperto. Come i cittadini in questi anni si son volentieri trasferiti in campagna così o tartuchini si son mossi da via Pendola e si son sparsi per tutti gli anfratti della Contrada.Le feste non vengono a caso, né i trionfi sono fine a se stessi. Incidono in profondità, schiudono inedite prospettive, arricchiscono di senso luoghi e facciate. Nella contagiosa eccitazione generale si scardinano porte imporrite, son conquistati al popolo Palazzotti serrati. Il poggio su cui si erge un Collegio destinato a nuove funzioni didattiche risuona di canti e si concede a doviziosi banchetti. L’Accademia dei Fisiocritici assume un aspetto più moderno e didattico: si fa meno accademica. Il via via di tanti giovani che studiano le leggi e le istituzioni nel Colosseo motivo di tante discussioni fa vibrare di un giovanile fremito la strada che precipita verso la grande Porta. Non è più la Tartuca di una volta, certo, ma nelle giornate di sole almeno, quando l’oro e l’azzurro del cielo si accordano, la nostalgia si dissolve. Artificioso happy end o autentiche conclusioni? È un fatto che questo brano di città che si chiama Tartuca s’é fatto meno angusto, meno restìo: è vissuto in ogni sua parte e ciò non può che rallegrare chi lo frequenta – e intende frequentarlo – con la trepidazione che si avverte quando s’entra in un santuario. Che si desidererebbe sempre identico e piano piano, invece, muta, trasmettendo alle nuove forme lo spirito che lo anima facendolo unico, caro e accogliente.

Roberto Barzanti (dal N.U. 2004 "Alla zitta")

 


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