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Cinquanta e dintorni

La Tartuca con i protagonisti di mezzo secolo fa. Nel triennio 1951-1953 vincemmo due Palii, fu inaugurata la Fontanina e fondata la Compagnia militare di S.Agata. Avvenimenti che segnarono un risveglio nell'animo dei tartuchini dopo le tremende vicende della seconda guerra mondiale. Guarda la galleria delle foto

In occasione del 50 esimo compleanno della nostra fontanina, nell'autunno 2001, fu pubblicata una speciale stampa del giornalino "Remigio Sera" in cui Giordano Barbarulli ripercorre la storia di quegli anni. Scarica Remigio Sera (file pdf 800 kb.)

 

 

La Festa titolare del 1951

I l 1951 si era aperto con le speranze di sempre. Ma c'era dentro di noi, e non so perchè, un pizzico di euforia inspiegabile. Me lo ricordo bene anche se è passato mezzo secolo. Le mie scarpe facevano scricchiolare la ghiaietta del lungo viale dell'orto botanico che conduceva a casa mia, l'orologio del Carmine batteva le due di notte in un'aria tiepida affatto invernale, umida. Si udivano lontani alcuni schiamazzi di gente che aveva cenato con gli amici. Ma nessun paragone con quello che succede oggi. Quanto è cambiato il mondo! Solo coloro che a quel tempo vivevano e consideravano la vita, sia pur da giovani, possono fare il paragone. E non per il solito vizio di piagnucolare dietro al passato o ai ricordi. Certo, la vita non ci aveva ancora colpito, le esperienze dovevano arrivare. C'erano anche allora, si capisce, i perfidi, i malvagi, i crudeli, gli impostori, gli egoisti. Ma erano rari. L'aria era pulita, l'acqua era chiara, con pochissimo ci si divertiva ed eravamo in pace con noi stessi. La musica era melodiosa, le canzoni ci intenerivano, anche se era arrivato il "boogie-woogie" si considerava una merce d'importazione poco malleabile. Le armonie ci dilettavano. Ancora il tam-tam era riservato alle terre esotiche. E lì aveva il suo sapore. Sono passati 500 anni non 50 come dice l'ingannevole calendario. Si era costituita la "Società pro-fondo Palio" e il vice cancelliere Gianni Ginanneschi ne dava comunicazione con una circolare a tutti i Tartuchini. Dopo pochi giorni, avvenuta l'assemblea di insediamento, i quotidiani pubblicavano il nuovo consiglio di Castelsenio con Pietro Tamburi confermato presidente, il professor Silvio Mariani eletto vice presidente Azelio Merlotti, Giulio Pepi segretario e via di seguito. Fra i consiglieri brillavano il dottor Giuseppe Maziini, Dario Stanghellini, il geometra Giovanni Ciotti, Nevio Mantovani, Elio Cini, Giorgio Orioli, Umberto Stortini. Per carnevale il Nicchio aveva organizzato un carro e altri mascherati con "testoni" alla Viareggio. Riscosse successo anche se costò 123.000 lire, una cifrona a quei tempi. Pubblicarono anche un giornalino sotto la responsabilità di Italo Migliorini. Lo avevano intitolato "Torna a Siena carnevale!". L'unica nota triste di quei mesi fu la morte di "Pappìo" commemorato da Carlo Fontani su "La Nazione" e da Lionetto Santi sul "Giornale del Mattino". Per la prima volta il "Comitato Amici del Palio" riunì i più noti e importanti contradaioli (compreso il conte Guido Chigi Saracini) nella grande sala dell'Accademia degli Intronati che risultò arcicolma. Era il 7 aprile e furono trattati, in una relazione, i problemi più importanti che assillavano le Contrade. L'entusiasmo andò alle stelle. Il 30 aprile fu nominata la commissione elettorale. Eccola: Remigio Barcelli, Ferruccio Sanarelli, Mario Martinelli, Alfredo Manganelli e Ivo Giachetti. Il 12 e il 13 maggio ci furono le elezioni. Allora si faceva presto. Sul tavolo dove c'era l'urna, gli elettori trovavano anche un foglio per la sottoscrizione per le spese della banda che il sabato del mattutino, per la festa titolare, doveva "intrattenere" la gente. Quel sabato fu il 1 6 giugno. Era una colorita folla quella che visitava le Contrade a quei tempi. Non c'era la televisione ma non consisteva solo in questa felice assenza, l'affluenza alle semplici feste del "Santo Patrono", ma in una volontà senese che ci rendeva soddisfatti a rivisitare le diciassette Chiese e i loro musei aperti e ordinati con qualcuno che faceva la guardia discretamente. Anche se eravamo sempre alla "chiave nella toppa dell'uscio" come ricorda Adù. Tempi di persone perbene, di alti valori, di conoscenze diramate. Venivano dai Pispini, da Camollia, da Fontebranda, da San Marco (Umberto Peccianti portava sempre un cero a Sant'Antonio per un voto perenne che aveva fatto). Ci salutavamo con grande piacere e amicizia, si parlava un po' di Palio, si facevano i pronostici anhe se doveva passare un anno, quando "giravano" la Lupa, l'Istrice, la Pantera e l'Aquila. Era quello il tema preferito. O Contrade o Palio. Non sentivi mai rammentare, neppure per striscio, la Juventus, l'Inter, il Milan o la Roma. Al caso, Coppi e Bartali ma non in quelle occasioni. La Banda si riuniva nella piazzetta davanti alle scale di S. Pietro e arrivava prima che cominciasse il Mattutino. Poi se ne andava strombettando per tutte le strade del villaggio "giallo-blu". Castelvecchio, Via San Pietro, Via dei Maestri, Via delle Cerchia, Via Mattioli fino al Preventorio per dare un saluto ai Tufi, giacente nella bella vallata, già immersa nella notte, con i lumini sparsi delle case, il canto fitto degli usignoli e le lucciole che mandavano i loro segnali di luce già dall'orto botanico insieme ai profumi dei castagni, delle rose, dei gerani. La Banda ritornava verso il piazzale di Sant'Agostino e scendeva fin davanti a San Giuseppe. Tutto si svolgeva in modo di trovarsi davanti alla Chiesa quando era finito il Mattutino e i sacerdoti con i priori si trovavano a Castelsenio per il piccolo rinfresco a base di vinsanto e di "marie". La mattina, il "giro" partiva presto perchè doveva toccare tutti i protettori e le Contrade. Si scendeva alle 7 in San Marco dove abitava il Ricci, quello che aveva un negozio di vernici e colori in Banchi di Sopra prima del Nannini (c'è sempre) e in Via della Diana abitava il Tocco, fornaio. Nel 1951 suonavano il tamburo: Aldo Tamburi, Sandro Civai (che allora era un cucciolo), Waldemaro Baglioni, Giorgio Lunetti; erano alfieri: Gastone Brandani, Mario Martinelli (che nel pomeriggio, per via del lavoro, fu sostituito da Luciano Cocci), Ilio Guideri, Danilo Pepi, Alfredo Manganelli, Luciano Chellini, Giorgio Civai, Elio Cini, Adù Muzzi, Mauro Bernardoni. Paggio era Andrea Cantelli detto "Dede". La squadra che guidava il giro insieme a me (che feci questa bella attività dal 1945 al 1953) era costituita da Umberto Stortini, Eraldo Baldi, Lorenzo Bartalucci e Angiolino Armini. Rinfreschi nella Lupa, nell'Onda, nel Nicchio e, magnifico, nell'Oca. Allora le automobili giravano da tutte le parti. Erano poche. Tutte si fermavano mettendosi da parte. Quelle che non erano di Siena, credendo di fare le padrone (non loro, povere bestie, ma chi le guidava) facevano i prepotenti e allora toccava a noi spargere pizzichi di giudizio. Ci fu una targata Grosseto di cui era autista un certo dottor Testa che sporgendosi dal finestrino urlò di toglierci dai piedi. Ebbe tre o quattro "piombate" nel cofano e, poichè tentava di uscire dall'abitacolo, fu rimesso a sedere con due golini.

Si calmò. Ciò che dava noia era l'intelaiatura dei fili elettrici dove le bandiere spesso rimanevano impigliate, ed è stato un progresso toglierle di mezzo. Si faceva tutto il quartiere di San Prospero, andando inoltre a Torre Fiorentina, a Ravacciano e in Valli. Una bella scarpinata. Eppure, quando si rientrava alle 20.30 partendo da Piazza San Pellegrino (che oggi si chiama Indipendenza: Indipendenza da chi?) con un modesto corteo di affezionatissimi, non ci sentivamo stanchi. Tutt'altro. Ci attendeva il suono delle nostre campane e l'ultima sbandierata chiudeva la festa. Siena, allora, stava dentro un fazzoletto e si sentiva parlare solo senese per le nostre piazze e le nostre strade. Era priore il commendator Ottaviano Neri e capitano il dottor Remigio Rugani. Loro non lo sapevano -e neppure noi- ma dopo due mesi avrebbero firmato la vittoria dopo diciotto anni di attesa.

Fu allora che dissi che, per un senese purosangue, i momenti più belli della vita erano vincere il Palio e sciogliersi con la donna amata. Con la differenza che la vittoria non ti lascia mai.

Giulio Pepi (da Murella Cronache)


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