Adattando a Siena, che è un mondo a parte, ma fa parte di questo mondo, la nozione di secolarizzazione, Roberto Barzanti ha appena esortato i suoi concittadini a vivere il Palio senza la nostalgia del Palio. Ha esposto robuste considerazioni, e tuttavia mi chiedo se la sua non sia una battaglia perduta per definizione. Uno degli effetti del mondo dal quale gli dei se ne sono andati è la voga della venerazione superstiziosa: falsi dei, falsi eroi, falsi cavalli alati, finti settenani, leoni taroccati e dive ritoccate. Un altro effetto è la nostalgia e, a non farne un vizio, è buono. Si abita una casa dalla quale sono stati rubati, o sequestrati per debiti, cristalli e cassetti pieni di lettere, sedie a dondolo e letti a baldacchino, e sui muri solo rettangoli più chiari commemorano i bei quadri di una volta. Non si abita la terra oggi senza nostalgia della terra. Il Palio commemora il Palio, e però riempie ancora di vivo presente la città e la piazza. Può permettersela, la nostalgia, a condizione di non svuotarsi delle vecchie carte e dei bei quadri e delle tende ricamate, per correre meglio incontro alla domanda. Alle televisioni, ai soldi, alla pubblicità, al sequestro della Fortuna e della Virtù da parte della Tecnica e della Potenza. Della nostalgia e del rimpianto dei senesi fa parte adesso la sensazione di un' usurpazione dei fantini. Mercenari al servizio della festa mutati - come i pretoriani della tarda Roma, come gli autisti e le guardie del corpo e gli odontotecnici della Roma d' oggi - nei padroni della festa e della città. Come i capitani di ventura del Rinascimento, quando passavano dal soldo alla signoria. Il gioco fantasioso, generoso e cinico, di alleanze e tradimenti, uomini comprati e venduti, partiti fatti e sciolti e rifatti, può cedere alla corruzione qualunque, quella che regge il mondo ordinario, le sue trame, i suoi troppi soldi, le sue troppe intercettazioni. Ancora Barzanti, nostalgico lui stesso benché si simuli realista, ha commentato il Palio di luglio, vinto secondo ogni pronostico da Trecciolino su Berio per il Bruco, con un amaro paradosso: ha vinto il migliore, ma il Palio in cui vinca il migliore non è più il Palio. Il Palio è Machiavelli messo alla prova della piazza, e Machiavelli senza la Fortuna e la Disgrazia è solo un manuale di piccineria. Del resto anche un cuore indocile di fantino, magari nato proprio in città, che serve pensando al regno, e lo conquista, sta nel conto di una festa piena di grazia e ribalderia. Aceto aveva segnato un' epoca nuova. La gara fra gli eredi non è del tutto regolata, ma che ci sia una monarchia in palio, e che il fantino regnante regni anche sulla gara e sulla città, è una possibilità effettiva, se non un fatto compiuto. Quando fosse un fatto compiuto, si sentirebbe paragonare il Palio, non vogliano Dio e la Madonna Assunta, al torneo del Milan di Galliani e della Juventus di Moggi. Dunque si guarderanno così, oggi, con l' occhio della nostalgia e l' augurio del rinascimento, le facce di questi cavalieri di ventura, che furono giovani e seppero nel cerchio bruciante della corsa piegare la sorte, e consegnare ai committenti la vittoria che era loro, in cambio del soldo convenuto e delle nerbate nemiche. Si brucia in meno di un paio di minuti la corsa per il Palio, e attorno a quell' apnea si sfoglia il calendario intero di Siena e delle sue contrade. Il gioco di lentezza protratta e velocità di orgasmo è la qualità senese che più seduce e inquieta, e le è confidato anche il legame incomparabile fra le esistenze personali (anche a Siena si è individui, perfino a Siena si può sentirsi soli) e le identità comuni. Lentezza cerimoniale e precipitazione tumultuosa evocano il binomio pace-guerra, e il lungo assedio e la battaglia campale, o, più sottilmente, il paziente corteggiamento e il bruciante compimento dell' amore. Il corteo sfarzoso e rallentato che precede per ore nella Piazza del Campo la carriera, e dura fin nella dilazione imprevedibile e logorante della mossa, orgoglio di costumisti ed esasperazione di turisti, che non vedono l' ora che sia finita e si venga al dunque. Il corteggiamento attraversa l' anno intero, la minuziosa preparazione da un lato, dall' altro la felicità del festeggiamento o la mortificazione della sconfitta. è lo scambio complicato e mai del tutto esplicito (esplicita è la volgarità) fra maschile in carne e ossa e femminile simbolico a scandire la lunga festa, come nella giostra cavalleresca: del cittadino con la contrada e la città, del giovane ardito con la fortuna da soggiogare e domare, del figlio con la madre di cui meritarsi la grazia. I fantini del Palio, forestieri per lo più, e dalle stesse regioni dalle quali proveniva la leva delle domestiche e delle polizie, erano tutt' altra gente che gli stranieri del calcio o di altri agonismi ricchi (ricchi di debiti, magari, che è l' ultimo grido della ricchezza). Venivano da fuori a fare lo sporco lavoro, un lavoro pressoché servile, benché col tempo, come in tutti i posti di nobiltà invecchiata, la servitù si sia messa a spadroneggiare. Mercenari dichiarati, e condottieri di ventura, al soldo delle contrade: idoli di un momento, e altrimenti mero strumento di una sfida alla fortuna, senza nobiltà loro, pieno invece di nobiltà il destriero che ricevono in sorte. Dev' esserci il fantino alla partenza, che ci sia il fantino all' arrivo non importa. Il cavallo che può vincere scosso, bellissima invenzione - il desiderio inconfessato e irresistibile di qualunque spettatore del Palio - dichiara la necessità superflua, per così dire, del fantino. Il quale viene a Siena a offrirsi contro tutto: la compera e il ripudio, il sospetto e l' intimidazione, la superstizione e il risentimento, e le botte e la cacciata, alla fine. Lo chiamano i soldi, la puntata grossa da lotteria, con cui arrotondare o surclassare lo stento salario dell' anno ordinario. Ma soprattutto l' ambizione del trionfo di qualche ora, della gara riuscita e della folla che ti innalza sulle spalle, prima di buttarti via e riprendersi, come ogni geloso proprietario, la festa che è solo sua. Il fantino del Palio è di quelle figure di avventuriero, di galeotto fondatore di città, di combattente del circo, di militare per conto terzi: è il giovane e virile che, nerbo alla mano, deve servire, secondo Machiavelli, a battere e urtare la Fortuna che è donna, volendola tenere sotto. Succedeva, con quei condottieri di ventura, contadini vogliosi di promozione sociale o cadetti in vena di rivalsa, che il soldo della vittoria non gli bastasse più, e completassero l' opera delle armi impiegate a salvare la città volgendole dentro la città e facendosene signori. Nel petto del fantino oscuro, con una barba fosca mal curata, che la luce radente e criminale della fotografia fa sinistramente risaltare, batte un cuore da usurpatore.
La città e le sue contrade devono guardarsi dalla minaccia del servo-padrone, pena la perdita della propria delicata democrazia aristocratica, pena la democrazia plebea del tifo calcistico. è sempre in bilico, il Palio, fra mille tentazioni di modernità e di somiglianza al resto del mondo. La resa al fantino che la signoreggia - gran tipo, del resto, come Aceto - o il castigo delle sue pretese, la volontà orgogliosa di rimetterlo al posto suo. Da anni il brontolio contro l' invadenza dei fantini protagonisti cresce. Il fantino di una volta, quello sì, anonimo se non per il nomignolo d' occasione, e caduco - alla lettera, destinato a cadere e mordere la polvere del Campo. Ora, che lo si avverta o no, il rapporto della città col fantino muta anche per l' analogia col nuovo rapporto fra la comunità e il forestiero. Il contratto specializzato che la contrada e la città stipulavano con il capitano di ventura o col cavaliere del torneo, era la copia privilegiata del contratto ordinario che le società nuove o stanche stipulano con l' immigrazione, che venga a fare i lavori che i locali non possono più o non vogliono più fare. Col tempo un' immigrazione ordinaria e deprezzata insinua il fantasma del servo padrone fin dentro le case dei nativi ricchi e longevi e fragili, e l' ombra della gioventù sessualmente aggressiva e prolifica dentro una demografia invecchiata e avara. E già a Siena la delega che la città assegnava al fantino per il triplice giro vorticoso che faccia culminare il corteggiamento alla Fortuna e celebri il compimento dell' amore, sembrava riconoscere una debolezza, una estenuata raffinatezza bisognosa di sangue nuovo da prendere a nolo e congedare - come nell' arruolamento delle truppe mercenarie del Rinascimento, come, avventuriamoci a dire, in una fecondazione eterologa e coperta dall' anonimato. Campioni di passaggio, che abbiano la Fortuna per amica, dunque giovani, «perché sono meno respettivi, più feroci e con più audacia la comandano».
A scorrere il catalogo delle facce dei fantini - facce di gran tipi, che si allineano alla mossa «come tanti assassini» - si può rintracciare questa stratigrafia virile. E subito dopo buttarla via, e buttare via con un' alzata di spalle tutte le tortuose osservazioni che ho appena compilato, perché ognuna di quelle facce reclama di essere presa per sé, la faccia di quello lì, col suo nome da corsa e il suo nome d' anagrafe, la sua vita di ieri e la sua vita di domani, e, "segni particolari" nella carta d' identità, i soli che la accomunino alle altre facce, certi solchi ai lati del naso e della bocca, certi bagliori in fondo alle pupille, scavati e accesi in meno di due minuti di un tramonto d' estate della loro vita. Dura e servile era la vita del fantino di Palio, fino a poco fa, e per molti ancora. I ritratti di Marco Delogu lo mostrano. Foto di ricercati. Sceriffi stanchi e pacifisti che furono pistoleri. Duellanti di vent' anni, come Bighino, nelle cui labbra strette si legge già il magnanimo giudice di pace che verrà. Ritratti freddi, con una luce sinistra (si può dire così, come si dice "mettere in cattiva luce") che aspetta al varco la barba di un giorno e i solchi scavati da una vita, e dai due minuti della corsa. Belle facce, belle didascalie. Messi davanti alla camera oscura, non sono i protagonisti del Palio, o piuttosto, lo sono, ma sono anche i suoi più innocenti passanti. Effetto di dentro, e di estraniazione: il Palio visto con gli occhi e i pensieri dei suoi fantini scossi è come la battaglia di Borodino vista con gli occhi di una cavallina. C' è una bella frase antinapoleonica di Dario Colagè, detto il Bufera, sotto la foto stranamente glabra: «Il primo Palio che ho corso l' ho vinto ma non chiedetemi come è andata perché non lo so». Uno corre il Palio, e magari lo vince: e pretendete pure che l' abbia visto?
ADRIANO SOFRI