Dateci un Palio e saremo felici
di Fruttero e Lucentini
Questo bellissimo articolo dei due intellettuali torinesi è comparso su "La Stampa" del 27 agosto 1989.
Sparsi in qua e là per il mondo vivono dotti sociologi e politologi che, quando si parla del Palio di Siena, assumono un'espressione ammirata, scioccante concupiscenza quale suole suscitare presso il volgo la menzione di Marilyn Monroe. Non tanto incantano costoro la drammatica corsa e il- suntuoso corteo storico che la precede quanto imeccanismi di convivenza urbana di cui il Palio è remoto ispiratore e gestore attentissimo.
La cieca violenza collettiva che trova nella rivalità tra le Contrade un suo alveo appassionatamente ordinato; le Contrade che tengono d'occhio i propri figli lungo tutto l'anno, soccorrendo gli indigenti, aiutando i meritevoli, riportando maternamente i reprobi sulla retta via; i giovani e i vecchi, gli umili ed i potenti ugualmente impregnati di un caloroso senso d'appartenenza che ammorbidisce invidie e frustrazioni emarginazioni e solitudine; l'inesauribile anedottica che non solo fornisce un argomento di conversazione al riparo dalle vacuità televisive ma perpetua modelli novellistici d'altra epoca. E tutto questo in uno spirito di festa, di gioco, di cerimoniosa finzione, tra bandiere, fanfare, tamburi, variopinti costumi, nobili destrieri, luccichio di candele e metalli.
E' la coesione civica sognata da ogni utopista, l'armonico strumento di solidarietà comunitaria auspicato da ogni studioso di scienze sociali. Il quale, però, di fronte ad un simile miracolo, non può far altro che sospirare con golosa mestizia. Il Palio di Siena è cosa irrangiungibile, inimitabile, inesportabile, per la fondamentale ragione che a farlo diventare ciò che è ci sono voluti sei o sette secoli di tradizione ininterrotta.
Ma per questo adoratore senza speranze abbiamo buone notizie. Amici toscani ci segnalano che svariati paesoni e villaggetti della regione si sono inventati negli ultimi anni un proprio palio e che - qui sta il punto affascinante - questo "instant palio" sembra funzionare.
Sarà nato magari per ingenua scimmiottatura di quello senese, o per capriccio di un assessore, o come modesta iniziati va turistica, o così, tanto per fare; e sarà corso magari a piedi e a ritroso, o con due ragazzi per bicicletta, o si limiterà ad una gara tra carri allegorici. Ma ognuno comporta Contrade fino a ieri inesistenti, coi loro stemmi araldici appena disegnati, i loro patrocinatori che già zelantemente si riuniscono, discutono, sborsano milioni, i loro contradaioli già fulmineamente accaniti, già pronti alla beffa, all'ingiuria alla zuffa coi neonati rivali.
Come interpretare il fenomeno? Come una faccenda locale dovuta alla leggendaria litigiosità delle genti di Toscana? O non sarà piuttosto un altro prodigio dei tempi, che ignorano le sedimentazioni naturali e sanno ormai godere come autentica qualsiasi contraffazione, fotocopia, surrogato?
Se fosse vero che anche la tradizione si può accelerare e comprimere a piacere, riscaldare a microonde e servire per il consumo immediato, le nostre incontrollabili città troveranno forse la salvezza in una infinita moltiplicazione di palii. Avremo il Palio del Bronx e il Palio dei Quartieri Spagnoli, il Palio di Clichy e il Palio di Cinisello. Si potrebbe escogitare una ulteriore frammentazione, dando vita al Palio di via Salaria, al Palio di corso Marconi. E per stare ancora più tranquilli, arrivare al Palio per singolo caseggiato, scala A contro scala B contro scala C, ciascuno con il suo animale simbolico, la sua bandiera, i suoi ricchi, vellutati costumi che sfilano in ascensore, su e giù, applauditi da una portinaia vestita da Marilyn Monroe.
(Foto Donati)