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castelsenioCastelsenio, c'eravamo tanto amati

Un tuffo al cuore, un misto di nostalgia e speranza o forse anche di tristezza. Vedere la nostra vecchia amica Castelsenio scarnificata e messa a nudo è stato quasi uno choc. Nelle foto che illustravano il progetto per il nuovo Museo c'era un luogo non luogo, un fantasma  Trent'anni di storia, ricordi disordinati della nostra generazione cresciuta tra quelle mura tra un bercio di Adù ed uno sguardo paterno di Giorgio, tra un sorriso di Waldemaro ed una risata del Burroni o del Soldatini. E in mezzo c'è il Giannini che rimbocca l'acqua minerale e mi insegna ad usare la lavabicchieri - eh, già i bicchieri erano di vetro! - Dina e Cice in cucina, i grandi che fanno il Cabaret e noi invece tutti a letto. Era stata inaugurata nel 1973 ed il nostro "imprinting" contradaiolo era rappresentato proprio da quei due saloni grandissimi, uno per mangiare e uno per ballare con tanto di impianto stereo e luci da discoteca. E poi quel bar posto in disparte al piano di sotto e l'American Bar di sopra, un nome che stimolava sogni di un mondo fumoso e affascinante, dieci metri quadri con il pavimento reso scivoloso dalla condensa e noi lì, con  un cocktail in mano ed una sigaretta nell'altra. castelsenioEd inoltre: una piccola segreteria che fungeva da saletta d.j., un guardaroba capiente, una piccola cantinetta per il deposito bibite, una cucina abbastanza funzionale con due magazzini più che sufficienti per fare da dispensa, due bagni ed una saletta gioco. Era la perfezione, seppure non mancassero anche allora accese discussioni per migliorare questo o quell’ambiente. Memorabile quella per aprire lo spazio davanti al bar. C’era la scuola di quelli che dicevano che si poteva sfondare il muro portante del salone e quella di coloro che dicevano che sarebbe crollato tutto. Per non parlare della discussione per l’insonorizzazione del 1990 voluta da Marcello Soldatini e che invece rese molto più godibile il colloquiare delle cene, e ci risparmiò parecchi mal di capo del giorno dopo. Insomma, anche se alla fine c’era venuta un po’ noia ed eravamo arrivati a rivoltarla come un calzino (cena e bar di sopra e ballo di sotto) era comunque la nostra casa, il nostro paese dei balocchi, il nostro quotidiano ritrovo tra una tombola ed un veglione sociale, una Discoteca o un concerto rock. E poi la settimana gastronomica nel Chiassino: una festa. Cinque, sei giorni passati interamente a Castelsenio dalla mattina alla sera: puro divertimento. Lavorare ci sembrava divertente, anche perchè ormai sapevamo cosa fare e come sistemare, sedie, tavoli, bicchieri, posate. A dir la verità si faceva un pochino quel che ci pareva. Non c'era l'affluenza di oggi e ci sembrava quasi di apparecchiare in casa nostra perchè alla sera sarebbero arrivati gli ospiti. Bastava rispettare poche e decisive regole e poi, una volta fatto il nostro, potevamo spaziare in lungo ed in largo nel nostro fantastico mondo della cazzata. Il Chiassino era il nostro giardino di casa. D'estate - magari pochi giorni prima del Palio - sarebbe bastato mettere fuori un tavolino con la bordolese di vino bianco fresco per scambiarci le ultime novità. E quante volte abbiamo detto "Se si vince si fa così ..." magari senza neanche crederci tanto, perchè la Tartuca prima al bandierino non l'avevamo praticamente mai vista e immaginarci nel giubilo si rivelava una scena molto poco convincente. Basta sognare torniamo alla realtà: c'è da buttare la pasta perchè è mezzanotte e tutti questi discorsi ci hanno messo fame. Era un rito irrinunciabile. In cucina si passava in rassegna alla dispensa e di conseguenza veniva deciso il menù del giorno. Naturalmente a cucinare erano sempre i soliti ed a ripulire altri soliti, i ruoli erano ben definiti come in ogni famiglia che si rispetti. Quando mancavano i soliti pulitori, il giorno dopo c'era il discorsino del Presidente o chi per lui. Anche gli elementi dell’arredo erano essenziali ma funzionali. I tanto celebrati “puff” o per meglio dire “puffe” hanno resistito più di vent’anni. Il colore celeste vivo iniziale era pian piano scomparso per lasciare il posto ad un grigio polvere/celestino chiaro con varie macchie di cocktail o di chissà quale altro liquido. castelsenioE se provavi ad alzare il grande bottone centrale ci potevi trovare incastrato anche qualche coriandolo d’annata. Ma il suo lo hanno fatto alla grande. I puffe di Castelsenio e le monture del Giro del ’55 sono diventati oggetti di culto come i Reyban e la 500, tanto che oggi si pensa di ripristinarli entrambi. Adesso dobbiamo guardare con lo stesso affetto la nuova Società e continuare a migliorarla secondo le nostre effettive esigenze come abbiamo fatto nel corso di quasi trent’anni per quella di via delle Murella destinata ad ospitare il nostro patrimonio storico. Ma il bellissimo pannello grafico di Fabio Belleschi trasferito nel salone dei nuovi locali è lì a far da stimolo al ricordo di quegli anni vissuti spensieratamente a Castelsenio, in via Tommaso Pendola.

Giovanni Gigli

 


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